Il Signore ti dia pace e gioia
Il convento di Lamezia Terme, alias Nicastro (Neocastrum), continua a segnalarsi, nella memoria storica, tra i più importanti della Provincia monastica, e come punto di riferimento spirituale per la popolazione del circondario e oltre.
Sulla data d’arrivo dei frati Cappuccini vi è divergenza nella narrazione temporale dei cronisti e degli studiosi. L’ipotesi più accreditata rimane quella del 1545. A promuovere la loro presenza in questo sito fu il Conte don Fernando Caracciolo, signore del Castello e feudatario della Città. La loro prima dimora, offerta dallo stesso Caracciolo, fu il romitorio con a ridosso la chiesa della Veterana. Intanto si diedero inizi i lavori per la costruzione del convento nel parco degli agrumi, accanto alla diruta chiesa della Congregazione dei Bianchi, intitolata a S. Maria degli Angeli. Alla costruzione contribuirono anche alcuni nobili e gente semplice, offrendo secondo le loro possibilità sia in danaro che in mano d’opera. Secondo i cronisti della Provincia, i frati rimasero in detto convento fino al 1638, anno in cui un terribile sisma (27 marzo, alle ore 22 incirca) provocò imponenti danni nella parte centro-meridionale della Calabria e, quindi, anche nella nostra Neocastrum. Non si registrò alcuna vittima tra i frati, mentre la loro casa era diventata inagibile. Per cui si pensò di edificarne un’altra all’interno dello stesso perimetro di clausura, rispondente a quella attuale. “Fu fondato detto convento – così nella Relazione del 13 maggio 1650 stilata dal vicario fra Attanasio da Catanzaro – l’anno 1639, ad istanza dei frati, e tutto ciò per haver il terremoto diroccato il convento vecchio…, col consenzo dell’Ordinario, per quanto si può credere, giacché è difficil cosa trovarsi di ciò scrittura. Nulladimeno. Questo nuovo convento è stato eretto e fabricato con l’elemosine de’ particolari, secondo la povera forma cappuccina. E benché al presente si trovano fatte celle 18, nulladimeno, compito il convento secondo il modello designato, delle celle saranno numero 26 e forze 27. Ha la chiesa sotto il titolo et invocatione di Santa Maria degli Angeli. Il detto convento, oltre all’horto contiguo, che è della Sede Apostolica come è anche il medesimo convento, non possiede entrate perpetue né temporali, né altra proprietà di beni stabili.
Vi habitano di famiglia sacerdoti quattro, chierico uno e laici professi quattro e un tertiario, quali tutti si sostentano dalla pietà de’ stessi populi e de’ casali e terre circonvicine; li nomi dei quali frati sono questi, videlicet: il p. Agatio da Necastro, predicatore e guardiano; il p. Attanasio da Catanzaro, vicario, quale risiede in detto convento sino a pasca per l’assenza del p. guardiano; il p. Gioseppe da Necastro, sacerdote; il p. Geronimo da Necastro, sacerdote; fra Serafino da Reggio, chierico professo; laici professi: frat’Attanasio da Gimigliano, frat’Antonio da Santo Nicola, fra Giovanni da Grottaria, fra Carlo da Lubrichi; tertiario: fra Marco da Castrovillari; benché nel sopradetto convento possino vivere dodici frati e più, secondo il beneplacido, de’ superiori.
Non ha detto convento hospitio alcuno, né dentro né fuori di detta città, come per anche non tiene anniversarii perpetui o temporali, né peso alcuno perpetuo di messe, eccetto il peso d’una messa il giorno, lasciata dal signor Cesare d’Aquino, principe di Castiglione, del quale peso per esserne noi incapaci (mentre da quello fu lasciata in perpetuo), ad istanza dell’heredi fu chiesta ed ottenuta, in favor di detto convento, una concessione l’anno 1643 dall’em.mo signor cardinal Lante Ghetti, economo, che dovessimo continuare la celebratione di detta messa, sino che il corpo di detto signor principe sta in deposito nella nostra chiesa, acciò con questo sussidio si possi più facilmente perfetionar la fabrica di detto convento. Parimente, detto convento non ha debbiti di sorte alcuna, né annui né temporali”.
Da questa preziosa testimonianza si evince l’impronta carismatica che andava profilandosi non solo all’interno della Provincia Monastica ma anche nel territorio ecclesiale e sociale. La struttura, ultimata negli anni, infatti, divenne luogo di accoglienza, di spiritualità, di formazione iniziale e permanente, di cultura e di carità, traendo beneficio umano e spirituale dalla “selva di S. Antonio” e dall’orto, curati dai frati, secondo lo spirito della Regola e delle Costituzione. E dove non bastava, si ricorreva, per sovvenire ai bisogno dei poveri e della comunità, alla questua. Vi fu impiantato anche il lanificio, di cui si conservano interessanti documenti. Ebbe anche due ospizi, uno a Platania e l’altro a Pianopoli, “piccoli conventi” dove trovavano dimora i fratelli questuanti e i padri predicatori itineranti.
Con l’istituzione della Cassa Sacra, a seguito del disastroso terremoto del 1783, il convento venne soppresso e i suoi beni incamerati dalla medesima. Riavutolo i frati, dovettero nuovamente abbandonarlo con il decreto soppressivo murattiano del 1811. Riaperto il 1816, subì per la terza volta l’umiliazione della soppressione, pur se i frati continuarono ad abitarlo e ad operare, non senza condizionamenti della civica amministrazione, la quale “aveva imposto l’obbligo di mantenere a proprie spese venti poveri e servire gli ammalati che erano ricoverati nella parte del convento ridotto a civico ospedale”.
Da 3 maggio 1867 il complesso conventuale venne assegnato al Comune, mediante decreto del Fondo per il Culto, n. 2298/17872, (FEC), ma bisognò attendere fino al 1887 perché l’Amministrazione Comunale regolasse la dimora dei frati nella struttura, destinandogli parte dei locali e la gestione dell’orto. Inoltre deliberarono il servizio di cappellania ai malati dell’ospedale, ampliato con i restanti locali conventuali (ancora vi si legge la scritta muraria “Ospedale” lungo il primo piano del plesso).
Il convento, nel secondo decennio del 1900, fu destinato a luogo di studio e di Noviziato, godendo di una ricca biblioteca, resa tale anche con i libri offerti, intorno alla metà del 700, dal p. Ilario da Feroleto, la cui lapide sepolcrale si può leggere nel Sancta Sanctorum, sotto l’affresco del 1703. Vi si celebrarono varie Assemblee Provinciali e Capitoli Provinciali.
Assai interessante il plico documentale riguardo la chiesa e la sua evoluzione, dotandola di opere d’arte, tra i quali il “Quadro divino” opera dell’artista Giacomo Stefanoni, su commissione di Gregorio De Fazio (1644); la “Statua di S. Antonio di Padova” di scuola napoletana, commissionata nel 1685 dal ven. p. Antonio da Olivadi, allora Guardiano; l’affresco dell’intervento miracoloso di S. Antonio, a devozione di Lupo D’Ippolito, Patrizio e Sindaco della Città, a beneficio degli equipaggi di due navigli in balia delle onde tumultuose del golfo di Sant’Eufemia. Grazie, soprattutto, alla generosa carità dei devoti, la chiesa, inizialmente ad una navata, s’impone per il sontuoso Altare Maggiore, realizzato in legno intagliato e intarsiato nel 1742 da fra Ludovico da Pernocari e fra Francesco da Chiaravalle, essendo Guardiano il padre Giambattista da Nicastro. Bellissime le nicchie ospitanti, a sinistra san Fedele da Sigmaringa e, a destra, san Giuseppe da Copertino, elevati agli onori degli altari, rispettivamente, da Papa Benedetto XIII nel 1729 e da Papa Clemente XII nel 1737.
La magnifica pala raffigurante S. Maria degli Angeli con ai lati il Patriarca san Francesco e Papa Onorio III, venne eseguita da p. Fedele da San Biagio, essendo Guardiano p. Giacinto da Zangarona.
Di notevole spessore artistico gli altari lignei settecenteschi lavorati da artisti a noi ancora ignoti, lungo la navata, di san Giuseppe; di Gesù in croce con ai lati la Madre e la Maddalena; e di san Francesco d’Assisi.
Poco più in fondo alla navata, la piccola scultura in marmo ritraente san Michele arcangelo, il cui artista rimane ad oggi sconosciuto. Notevole la Cantoria, ove i frati pregavano, cantando, la Liturgia delle Ore e altre pie pratiche di pietà.
La seconda navata venne edificata successivamente, e originariamente limitata ad una Cappella laterale, dedicata al Patrono e Protettore della Città. In detta Cappella, a cui Carlo II di Spagna concesse i privilegi reali, a sinistra dell'altare, si può ammirare il cennato “Quadro divino”.
L’altare è in marmo policrono pregiato, sormontato dalla nicchia del Santo di Padova.
Di grande pregio, lungo la parete sinistra, il dipinto dell’Immacolata, realizzato da Andrea Cefaly.
Colla divulgazione della devozione a Santo di Padova - proclamato Patrono e Protettore della città di Nicastro nel 1746 per forte attaccamento popolare di devozione -, la chiesa si è andata affermando come chiesa di sant'Antonio, nonostante il 13 giugno del 1969 mons. Ferdinando Palatucci, Padre e Pastore della Diocesi, l'abbia insignita del titolo di Parrocchia "Santa Maria degli Angeli".













































Recapito:
Convento Padri Cappuccini
Piazza S. Antonio, 3
88046 Lamezia Terme
Tel. 0968 355393
Orario Sante Messe
Feriale:
Ore 07.30
Ore 09.00 (martedì)
Ore 18.30
Festivo:
Ore 08.00
Ore 09.30 (Chiesetta Misà)
Ore 11.00
Ore 18.30
Catechismo: Ore 15.45-16.30
Sabato:
Ore 15.45
Ore 16.30

Il Signore ti dia pace e gioia