Il Signore ti dia pace e gioia

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Chiaravalle Centrale

“L’origine del convento cappuccino di Chiaravalle Centrale, scrive padre Giuseppe Sinopoli,  non viene registrata da tutti nello stesso periodo storico. Padre Giacomo da Soverato, guardiano del tempo, nella Relazione Innocenziana del 9 febbraio 1650, inviata ai Superiori Maggiori, su richiesta del Papa, data la fondazione del convento intorno all’anno 1576. In tale Relazione, riportata dal padre Giambattista da S. Lorenzo si legge testualmente: «Fu fondato il convento col consenso dell’Ordinario l’anno 1576 incirca, e ad istanza di quei popoli, e colle loro elemosine fabbricato ed eretto secondo la povera forma cappuccina». Gli farà eco più tardi negli Annali il Wadding.  Anche nel Lexicon Capuccinorum troviamo uguale datazione. Nel Manuale cronistorico dei cappuccini di Catanzaro e negli Annali de’ Capitoli Generali e Provinciali e d’altre cose memorabili occorse negli anni medesimi, i cronisti riferiscono la data del 1594. Leggiamo al f. 5 degli Annali: «Nell’anno medesimo (1594) si fondò la fabbrica del convento di Chiaravalle, il di cui fondo fu dato dalla famiglia Tino, e fu preveduto profeticamente dal B. Francesco detto Zumpano». La medesima data è riportata anche dal Bullarium Ordinis FF. Minorum S. P. Francisci Capucinorum, dagli Annali dell’Ordine dei frati Minori Cappuccini, da Giovanni Fiore da Cropani, da padre Giuseppe da Cardinale, da padre Tommaso da Montenero, da padre Giambattista Familiari da san Lorenzo e da Coco Primaldo. Padre Giuseppe Zuccalà, nella Cronaca Cappuccina, la colloca, invece, nell’anno 1597”.

 

Alla luce delle fonti testimoniali di cui sopra, la fondazione del convento di Chiaravalle, da ritenersi storicamente la più attendibile e, quindi, «ufficiale», è quella indicata nel 1594, anno in cui si ottenne, presumibilmente, il riconoscimento giuridico. Per cui il 1576 è da considerarsi, forse, l’anno in cui si pose la prima pietra. La data di fondazione riferita dal padre Zuccalà potrebbe essere dovuta ad un errore di trascrizione, dovuta alla non facile interpretazione olografico-artistica ben corredata di ornamenti grafici personalissimi, oppure alla formazione ufficiale e relativo insediamento della fraternità.

 

Il convento, situato nella diocesi di Catanzaro-Squillace, è stato e rimane uno tra i più importanti della provincia monastica cappuccina. La sua pittoresca posizione su una collinetta, appena staccata dal centro abitato, apre una suggestiva finestra panoramica sull’ampia verdeggiante vallata che si distende fino al vicino mare Jonio e rende davvero piacevole e salubre il soggiorno soprattutto estivo. Esso è stato costruito con la massiccia partecipazione del popolo, ognuno secondo le sue possibilità: i ricchi con le offerte e le donazioni, i poveri con la mano d’opera gratuita.

 

Al tempo della sua erezione canonica contava 17 piccole e austere celle, le cui porte si affacciavano su un corridoio avente per soffitto la copertura dello stabile. La muratura maestra, dello spessore di cm 85, è stata realizzata in calce e pietra. La pianta originariamente si riteneva fosse a forma di quadrilatero, ed invece da una mappa primitiva risultava essere stata simile ad una “U”, con l’asta destra leggermente più corta. Successivamente, e cioè nel 1886, la “U” è stata allungata e completata da formare un quadrilatero. All’interno di esso si può scorgere ancora oggi un chiostro con al centro una grande cisterna per la raccolta delle acque piovane che i frati utilizzavano per le varie necessità.

 

Il complesso conventuale che all’origine emergeva da un “luogo aperto e fuor di strada - circondato la maggior parte de mura et il restante di siepe, benché da una parte dell’horto sia contiguo colla via publica, dall’altre parti limita colle possessioni di Marc’Antonio Stagliano’ e Carlo Gratta e degli eredi del quondam Cornelio Gimelli; distante da 300 passi in circa dalla detta terra di Chiaravalle, quale è parte aperta e parte circondata di mura” – conserva a tutt’oggi intatto il fascino della sobrietà e della beata solitudo, suscitando quasi un naturale impulso di abbandonare la fatica stressante del mondo e ritirarsi nella sua oasi di pace e di ristoro e cantare, insieme ai frati, le meraviglie di Dio.

 

Sul finire del Seicento, il convento estendeva la sua giurisdizione già su tre ospizi, ubicati rispettivamente nei paesi di Torre di Ruggero, Petrizzi e Soverato, poi alienati con la soppressione napoleonica. Ripristinati i suddetti ospizi dopo la soppressione sancita dal Governo italiano, si pensò di allargare ulteriormente la presenza cappuccina istituendo altri quattro ospizi: ad Olivadi, ad Argusto, a Gagliato e a San Vito sullo Jonio, senz’altro il più importante del distretto conventuale. Gli ospizi in realtà non erano che «piccoli conventi periferici» su cui il frate questuante poteva contare come punto di riferimento importante nei giorni in cui chiedeva la carità alla gente dei paesi appartenenti al distretto del convento i cui limiti erano tracciati da Girifalco, Squillace, Montecucco, Fabrizia e Siderno. Oggi non esiste alcun ospizio. L’ultimo ad essere venduto, corredato da una bellissima cappella con l’altare in marmo pregiato policrono, è stato quello di San Vito sullo Jonio.

 

Il convento è stato vittima, come si è detto sopra, di due soppressioni: quella napoleonica e quella ordinata dal governo italiano. Dopo la prima soppressione (1811) si dovette aspettare fino al 2 marzo del 1846 per sentire nuovamente la campana della Chiesetta chiamare i frati cappuccini al canto pregato diurno e notturno dei Salmi e della Parola di Dio. «Nel 1846 - racconta il padre Emmanuele da Messina - si riaprì il convento di Chiaravalle - Claravallis - paese della diocesi di Squillace. Soppresso come gli altri, i frati furono obbligati a partire, rimanendo Rettore il padre Domenico da Badolato. Contava questo tre ospizi pei suoi cercatori, uno nel paese di Petrizzi, un altro nel paese di Soverato, il 3° nel paese di Torre». Ma nel 1866 i frati - in tutto dieci padri, un fratello laico e diversi terziari - furono nuovamente costretti a lasciare i luoghi benedetti, rimanendo però nei dintorni, pronti a riprenderne dimora non appena fosse stata loro offerta qualche possibilità. Questa si presentò il 21 settembre 1879. Ecco come la notificava il padre Carmelo Concetto da Sitizzano, guardiano, il 19 giugno 1880 all’allora Ministro Provinciale, padre Daniele da Cardinale: «Nel p. anno il R. P. Modesto Concetto da Chiaravalle, quando seppe che dovevasi mettere al pubblico incanto il fabbricato e l’orto di questo n. luogo, pensò di procurarne la compra a vantaggio della nostra Madre Provincia di Reggio-Catanzaro, e quindi scrisse al n. Rev.mo P. Daniele per aver da Roma le necessarie facoltà: e la risposta ci fu ché facesse pur di tutto per tal compra, sostenendo le prime spese; e ché in appresso non mancherebbero certo nuovi ajuti. A tal modo preso maggior coraggio il sullodato P. da Chiaravalle, come Vincenzo Fera (suo nome del secolo), concorse all’asta tenutasi in quest’Uffizio di Registro il 21 settembre 1879 ed ottenne che a sé venisse aggiudicato il lotto I dell’elenco 127, vale a dire il convento e l’orto degli ex Cappuccini di Chiaravalle, per la somma totale di lire 7.000 (settemila) pagabili in dieci rate annuali, coll’aggiunta del rispettivo interesse del 5 per 100, e pagando allora la prima rata: come egli fece. E qui si noti bene, che non potendo sborsar subito l’intera somma di 7.000 lire, come sopra, si vengono a pagare poi alla fine non già 7.000, ma 10.000, calcolando tutte insieme le dieci rate annuali coi rispettivi interessi del 5 per 100». Il 4 febbraio 1880 l’Intendenza di Finanza della Provincia con apposita nota autorizzava il sig. Magrassi Michele, ricevitore del Registro, a dare al sig. Fera Vincenzo il possesso provvisorio del suddetto soppresso lotto, divenendo, questa, esecutiva il 10 febbraio con stesura di regolare verbale e relativa sua registrazione a Chiaravalle Centrale in data 12 febbraio 1880. Questa nota veniva approvata con Decreto Ministeriale il 27 aprile dello stesso anno. Il possesso definitivo, sempre dietro autorizzazione dell’Intendenza di Finanza, fu concesso al già citato Vincenzo Fera il 6 luglio, registrandone relativo verbale in data 9 luglio 1880. Non appena (i frati) - continua il padre Carmelo Concetto da Sitizzano - furono sicuri che il convento stava a disposizione delle nostre Superiorità, e non più del Municipio del luogo, subito si reputarono felici a lasciare di bel nuovo le loro case, e restituironsi nel sacro chiostro, senza spaventarsi di tutte quelle privazioni e sofferenze cui ben prevedevano dover soggiacere, inabitando un convento sprovvisto di tutto, e mancante per fino di porte e finestre...».

 

Ad assicurare la soluzione delle restanti nove rate annuali, la fraternità locale s’impegnò a racimolare lire 400.00, mettendo da parte alcune applicazioni libere delle ss. Messe, le offerte della predicazione e metà della pensione, destinando l’altra metà al fabbisogno quotidiano della famiglia religiosa e al restauro dello stesso convento, «devastato per tanti anni dai vandali distruttori»; le rimanenti 300.00 lire dovevano essere garantite dai frati degli altri conventi della Provincia, fugando in tal modo il pericolo di dover vendere una porzione dell’orto. E così avvenne.

 

Intanto i Superiori Maggiori sceglievano, di nuovo, il convento di Chiaravalle Centrale come sede del Noviziato. Esso era separato dall’ambiente in cui dimoravano i padri e i fratelli laici. Esso ospitava il Maestro, il vice Maestro e i Novizi. Disponeva di 12 celle e di una cappella.

 

Le celle, secondo la forma cappuccina, erano austere ed essenziali, senza nulla che potesse turbare l’intenso cammino formativo dei giovani.

 

La cappella, situata a sinistra del lato ovest, occupava, più o meno, lo spazio equivalente a due celle (mt 5,30x3,70). L’altare, semplice e senza alcuna pretesa artistica, era in legno.

 

Il convento era stato luogo di Noviziato già nel passato. Infatti, nel 1611 un certo Domenico Tino bussò alle porte del convento per vestire i panni del Poverello di Assisi, assumendo il nome di fra Francesco da Chiaravalle. Vi morì, in concetto di santità, appena un anno dopo.

 

A distanza di un secolo e mezzo circa, esattamente nel 1783, uno dei Novizi era il giovane Giuseppe Antonio Pontieri, il futuro Ven. padre Antonio da Olivadi, a dimostrazione che questo venerabile cenobio fin dalle origini era diventato punto di riferimento significativo per la vita della Provincia cappuccina.

 

Ma ben presto l’edificio si rivelò insufficiente ad accogliere tutte le richieste dei giovani aspiranti all’ideale francescano, per cui il padre Giuseppe da Cardinale, Ministro Provinciale, nel 1886 diede disposizioni che si concretizzasse, nel più breve tempo possibile, un progetto per l’ampliamento «del quarto di seguito a quello del Noviziato», portando il numero delle stanze da 17 a 47, compresi la Cappelletta, situata nella stanza n. 36, il guardaroba, la stanza dell’ortolano e del famulo.

 

Nell’autunno del 1899, trasferito il Noviziato nel convento di Fiumara di Muro, veniva impiantato lo studio di letteratura con il seguente organico: padre Commissario Generale, Bernardo da Petrizzi; padre Luigi da Cardinale, guardiano; padre Arcangelo da Rionero, vicario; padre Emanuele da Cardinale; padre Bernardo da Ciminà, precettore; padre Modesto da Chiaravalle; padre Egidio da Monterosso; 10 studenti e 7 fratelli.

 

Il 16 agosto 1929 il Provinciale e suo Consiglio lo scelsero quale sede del Seminario Serafico  - «decorato del titolo glorioso Ven. P. Gesualdo da Reggio Calabria» con l’auspicio che esso prosperasse sempre più. Il Collegio. Ma dal 1° ottobre 1932 al 1944 e poi dal 1949 al 1957  tornò ad essere casa di Noviziato; e dal 20 gennaio 1960 di nuovo sede di Studio, in quanto già corredato da una buona biblioteca. Attualmente vi ospitano i giovani in discernimento vocazionale. 

 

Le sole notizie che abbiamo, al momento, dell’antica chiesetta cappuccina - sorta contemporaneamente al Convento e costituente il lato sud dell’intero edificio - le ricaviamo dai ruderi esistenti e dal contratto di appalto per i lavori di ricostruzione e di ampliamento dell’attuale Chiesa del 4 Settembre 1889.

 

Soffermandoci alla voce «Demolizione della vecchia muratura», riportata al foglio 4 del progetto in oggetto, possiamo rilevare sia la tipologia strutturale dell’antico Tempio di Dio che il numero e le dimensioni dei due Altari esistenti, e cioè: quello Maggiore (metri 3.70 di lunghezza, 0.70 di larghezza e 2.00 di altezza) dedicato a San Francesco d’Assisi, titolare del medesimo; e quello del Crocifisso con accanto la Madre addolorata (metri 2.75 di lunghezza, 0.65 di larghezza e 2.00 di altezza).

 

La Chiesa, verosimilmente, era lunga 14.00 metri, larga 9.00 e alta 7.00; di forma diversa, essa si elevava, rispetto all’attuale, di mt 0.50. La Sacrestia, attaccata al corpo Chiesa (lato sud-ovest-nord. Nulla sappiamo delle icone ivi presenti, né se vi erano degli affreschi di un qualche valore artistico e, soprattutto spirituale. Noi crediamo di sì. Ce ne dà conferma il bellissimo affresco eucaristico disegnato sulla parte centrale della parete interna della Sacrestia, che si può ancora oggi ammirare salendo sull’attuale cupola, usando tutte le dovute precauzioni e non accessibile a tutti, dal sotto tetto.

 

I primi significativi restauri furono effettuati dopo il terremoto del 6 Settembre del 1659, un «terremoto gagliardo con pioggia assai e lampi che disfece Chiaravalle»5, provocando ingenti danni al campanile e al tetto della Chiesa. Si dovette, pertanto, ricostruire il campanile, che si trovava in corrispondenza della navata centrale, dal lato sinistro entrando in Chiesa. Altra ricostruzione si rese necessaria in seguito al terremoto dell’8 e dell’11 luglio 1670, intervenendo sul tetto e sulla struttura muraria. Dal 1727-’28 vi furono «piogge che spaventarono il mondo», intermezzate, nel maggio del 1728, da un terribile sisma, ripetutosi più volte, che caricò la popolazione di tanto spavento da indurla a celebrare processioni di mortificazione nel paese. I danni alla piccola Chiesa, anche questa volta, furono significativi e si dovette ricorrere all’opera dei muratori e dei falegnami per riparare nuovamente il tetto e consolidare il campanile. Ulteriori interventi si resero necessari, a causa di eventi calamitosi, negli anni 1743-44, 1770, 1783, e del 1791. Costretti i Frati ad abbandonare il Sacro luogo a causa del Decreto napoleonico (1809) e affidato per qualche tempo dalle Autorità preposte alle “Perpetue Adoratrici del Santissimo Sacramento e poi abbandonato a se stesso, si può immaginare lo stato del convento in cui cadde. Piangeva il cuore anche alla gente vederlo giorno dopo giorno rovinarsi sempre di più. E così il 17 Maggio 1845 i Naturali di Chiaravalle fecero domanda al Ministero Real Segreteria di Stato degli Affari Ecclesiastici perché il Convento, la Chiesa e l’annesso orto tornassero ai Frati «pel bene spirituale del lor paese». Sua Maestà Ferdinando Secondo, accolse tale domanda e il 2 Marzo dell’anno successivo con Real Rescritto ordinò che il tutto si riconsegnasse al Ministro Provinciale dei Cappuccini, Padre Vitaliano da Filadelfia, facendogli obbligo, visto che il Comune non disponeva dei mezzi necessari per le opere di restauro, di realizzarle a proprie spese, «incominciando però dalla Chiesa in guisa che ivi si possono esercitare i Divini Uffizi al più presto possibile, attesi i bisogni spirituali di quella popolazione”.

 

I Frati poterono così ritornare nella loro casa dopo quasi quarant’anni, restituendo in poco tempo la Chiesa alla vita liturgica, alla quale molto volentieri la gente accorreva per sedersi alla Mensa della Parola e del Pane Eucaristico, tornando, poi, alle loro case con animo pieno di santità e di giubilo. Ma non trascorsero molti anni, quando un altro terremoto s’abbatté sul territorio, la cui ferocia divelse il piccolo campanile facendo rovinare a terra la campana, che si ruppe. Era il 1894. Ma i Frati non si perdettero d’animo e subito iniziarono i restauri; ricostruirono il campanile al solito luogo e vi collocarono una nuova campana10, dono di Giuseppe Santoro, un esimio benefattore dei Frati. E così gli argentei rintocchi della campana tornarono nuovamente a riecheggiare nella verde vallata, colmando di rinata gioia e speranza il cuore della gente.

 

Nel 1897 con decreto generalizio veniva eletto Ministro Provinciale il padre Bernardo da Petrizzi, al secolo Tobia Cosentino, il quale si dette subito da fare per raccogliere fondi finalizzati all’ampliamento dell’edificio sacro, divenuto ormai insufficiente ad accorrere devoti e pellegrini.

 

Il nuovo progetto prevedeva l’allungamento dell’antica Chiesetta ad ovest conglobando la vecchia Sacrestia e ad est parte dello spazio antistante. Il piano di calpestio venne abbassato di circa mezzo metro, mentre il muro perimetrale venne sopraelevato di circa tre metri. Da ciò risulta evidente che la nuova Chiesa è stata modellata ispirandosi all’antica Chiesetta, arricchendola e venandola di nuovi accorgimenti tecnico-artistici, configurati nei pilastri e negli archi addossati ai muri laterali nord-sud; nel muro ricurvo adiacente, sul lato ovest, al retrospetto e terminante con mezza cupola fino all’arco maggiore, costruito con pietre e figulini; e nella stupenda volta a sesto intero in mattoni e figulini. L’altare maggiore, sormontato da un’artistica statua del Sacro Cuore in cartapesta, venne rivestito tutto in cemento, come pure il piano ed i gradini del Sancta sanctorum. Ci risulta che l’altare era ricco di decorazioni, ma purtroppo non disponiamo di alcuno documento illustrativo né riguardo al soggetto, né riguardo all’estensione. Nella nicchia di sinistra, guardando l’altare, vi era la statua di Sant’Elisabetta e a destra il quadro di San Ludovico, Patroni dell’Ordine Francescano Secolare. A sinistra di chi entrava in Chiesa vi erano due altari: quelli di Sant’Anna e di San Francesco d’Assisi e, a seguire, il bellissimo Gesù Bambino in legno - scolpito a cavallo tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo e restaurato nell’Ottobre del 1995 dall’artista Letizia Maida da Chiaravalle Centrale, prematuramente scomparsa -, e la Cappella di San Raffaele con le statue di San Rocco e di San Gerardo Maiella. A destra, invece, gli Altari del SS. Crocifisso, di S. Antonio di Padova, della Madonna del Carmelo e di S. Chiara. All’ingresso quattro colonne a sostegno dell’intelaiatura sulla quale poggia il pavimento del Coro in legno di abete. Gli scanni e gli inginocchiatoi sono in legno di noce.

 

Nel 1902 i lavori vennero interrotti per un contenzioso sorto tra il titolare della Ditta La Sorte ed il Padre Bernardo da Petrizzi, il quale fu citato in tribunale perché non intendeva corrispondere al signor la Sorte la somma di lire 3.918,41 per forniture, materiali e lavori realizzati per conto del Convento. Condannato al pagamento e rescisso il contratto di appalto con il La Sorte, il Padre Bernardo stipulò un nuovo contratto con i maestri muratori Bruno Catricalà, Antonio Moniaci, Saverio Catricalà fu Gregorio, Francesco Selvaggi fu Giovanni e Vitaliano Gullì fu Michele per il completamento dei lavori, consistenti nell’intonaco liscio ai muri interni, al soffitto e alle volte, con relative decorazioni e cornici. Anche la Cappella di San Raffaele Arcangelo venne finemente decorata, con un bel rosone al centro della volta. Maestoso nel suo splendore artistico il pulpito con il baldacchino finemente lavorato, in legno, opera del noto ebanista Giuseppe Sestito da Chiaravalle Centrale, e collocato al centro della parete destra della Chiesa nell’ottobre del 1904.

 

Il campanile sorretto da due pilastri di altezza appena superiore alla quinta della Chiesa, a sinistra per chi guardava, completò l’opera, conferendo un ulteriore tocco di semplicità e funzionalità. Il 26 luglio del 1912 la chiesa venne consacrata da mons. Eugenio Tosi e dedicata al Sacro Cuore di Gesù. Recentemente si eseguirono nuovi lavori di restauri, portando alla luce alcuni affreschi dell’abside ed eliminando la Cappella di Lourdes, che si era inaugurata nel 1944. 

Il Signore ti dia pace e gioia